“SISTEMI DI GESTIONE, UNO SPUNTO AL MESE: LE VOCI DEI PROFESSIONISTI”

Per la nostra rubrica “Le voci dei Professionisti” prosegue la serie dedicata a tematiche e spunti sui sistemi di gestione, curata dall’Ing. Andrea Saviano, che in questo articolo ci fornisce spunti interessanti in merito al team building. Buona lettura!

Impariamo a creare team come se … nevicasse!

I fiocchi di neve si formano all’improvviso, quando l’aria è sovra-satura e la temperatura scende sotto zero, ma per nascere hanno bisogno di un’impurità

L’agente del cambiamento… non il parlante!

Nel precedente articolo ho dissertato sul disagio che provai durante una formazione in aula sulla gestione delle riunioni. Fu in quel periodo che cominciai a nutrire un’avversione al termine team (una parola abusata dai vip, i venditori all’ingrosso di paroloni). A sentire la maggior parte dei consulenti basta “indossare la stessa maglietta” e si diventa una squadra.

Io preferisco la locuzione “gruppo di lavoro”, una terminologia che è differente da “gruppi di lavoro di successo”. Lo so, il termine “successo” nel secondo caso non significa che, implicitamente, l’altra tipologia sia di “insuccesso”, ma in azienda la gran parte delle persone va per svolgere il proprio lavoro non un lavoro di gruppo.

Dunque, un “gruppo di lavoro” è un insieme di persone chiamate a svolgere ognuno il suo compito insieme ad altre persone, solitamente tramite attività correlate tra loro in cui ognuno, nella migliore delle ipotesi, fa del suo meglio.

Un “gruppo di lavoro di successo” è, invece, un insieme di persone che agiscono di concerto tra di loro organizzandosi, comunicando e collaborando per creare sinergia.

Sono come i colori sopra una “tela” e dentro una “cornice” ce formano un qualcosa di gradevole alla vista che chiamiamo “quadro”. A qualcuno può piacere l’astrattismo e i colori messi a caso su una tela o, anche, una tela intonsa ma strappata, ma io sono un preraffaelita e adoro la tecnica sopraffina di Michelangelo, Leonardo e Raffaello.

Ora, il modo migliore per costruire una squadra affiatata è cercarsi e trovarsi (Dio li fa e poi li accoppia), di sicuro non può esserlo l’essere messi insieme per forza.

Sentiamo spesso dire che alla base di ogni squadra vincente c’è la reciproca fiducia, senza fiducia non si può essere una squadra vincente; ma la fiducia è la cornice che contiene il dipinto, fa parte del quadro ma da sola non è un quadro… è solo una cornice.

La fiducia è il contenitore come la condivisione di valori comuni che orientano le persone verso obiettivi comuni sono la tela; ma una cornice e una tela da soli non sono un quadro.

Uno scopo, per quanto degno ed elevato, non può guidare delle persone a organizzarsi e collaborare quotidianamente per scopi ed obiettivi eticamente di livello molto inferiori.

Cercarsi e trovarsi, perciò, non significa “chi si assomiglia si piglia”. Dopotutto il blu e il giallo non si assomigliano per nulla, sono complementari e, insieme, permettono di ottenere numerose sfumature di verde. Auto-organizzarsi, comunicare e collaborare prevedono dei perché di un livello assai inferiore a quello dei valori di cui spesso si parla.

I grandi valori creano carovane in movimento verso un grande scopo, i perché di basso livello creano i villaggi, luoghi in cui le persone si aggregano per affrontare situazioni che il singolo o le singole famiglie non sarebbero in grado di affrontare.

Cosicché, mentre il consulente parlava e io ascoltavo, la stanza si riempiva dell’idea che chiunque può essere e fare team, lo può fare con chiunque per un elenco interminabile di belle parole motivazionali (bla… bla… bla) che si potevano sintetizzare con il fatto che tutti vogliamo: l’amore e la pace nel mondo! Nondimeno, la storia è una continua catena di guerre di qualcuno contro qualcun’altro.

In realtà non vogliamo tutti l’amore e la pace nel mondo. Perché il mondo è pieno di persone permalose ed egoiste che, oltre a non voler collaborare per affrontare i problemi comuni, risultano privi della benché minima empatia, motivo per cui da costoro conviene girare ben al largo.

Gruppi di persone che lavorano per la medesima azienda

Raramente ho visto squadre affiatate, il più delle volte ho incontrato gruppi di persone che lavoravano nella medesima azienda e intenti a fare il “loro lavoro” in modo da difendere la loro “confort zone” (come definiscono il “quieto vivere” i fuffa-guru).

Ho vissuto spesso ambienti di lavoro fin troppo seriosi per non dire tristi, in cui l’assuefazione rendeva le persone apatiche e accidiose. Quelli come me sorridenti, che cantichiavano mentre lavoravano erano persone atipiche e insidiose. Utilizzo il termine insidiose perché la struttura aziendale mal digerisce la mancanza di serietà e detesta del tutto l’ironia (fateci caso tutti i regimi autoritari si comportano così).

Tuttavia, i fiocchi di neve per nascere hanno bisogno di una impurità. La stessa cosa sono i team, per poter nascere hanno bisogno di un corpo estraneo: l’agente del cambiamento.

Perché per una volta non proviamo a fare così?

La mia eresia alla religione del “abbiamo sempre fatto così” cominciò presto a spargersi sotto forma di una domanda assai indecente: perché per una volta non proviamo a fare così?

Questa domanda era l’azione che scatenava delle reazioni, commenti del tipo:

  • non ci permettono di farlo (il non “poter fare” di cui ho già scritto);
  • non ho idea di cosa potremmo fare (il “saper fare” di cui ho già scritto);
  • non ho la minima intenzione di farlo (il “voler fare” di cui ho già scritto).

Questo disegno sperimentale era utilissimo, perché era parte della “selezione naturale” tra chi sarebbe stato parte del mio “team” (soggetto del cambiamento) e chi era meglio rimanesse, almeno agli inizi, fuori (oggetto del cambiamento).

Per costruire un gruppo di lavoro di successo servono persone curiose, che non temono le sfide (concetto differente da “amano) e che siano frustrate (non arrabbiate) al punto di poter andare contro-corrente.

Lo ammetto, costruisco i miei gruppi di lavoro con persone assai scomode, i tipici soggetti da licenziare alla prima occasione, ma… in un’atmosfera sovra-satura e quando la temperatura scende verso lo zero, l’umidità ghiaccia proprio intorno alle impurità e lo fa in maniera rapida, simmetrica e frattale. Cosicché, l’umidità non diventa pioggia, diventa neve!

La stessa cosa accade quando un soggetto del cambiamento in un ambiente molto autoritario e pieno di problemi irrisolti incontra oggetti del cambiamento.

Tuttavia non basta creare dei “fiocchi di candida neve”, bisogna riuscire a farli attecchire al suolo. Solo se la neve attecchisce il gruppo di lavoro diventa un gruppo di lavoro di successo e il come lo affronterò in un altro articolo (qui mi ho già scritto troppo per la vostra soglia di attenzione).

 

Concludendo

Sì, la storia è piena di guerre, ma anche di persone che hanno fatto cose meravigliose e hanno letteralmente cambiato il mondo (ridotto ai minimi termini la schiavitù, abbattuto i pregiudizi basati sulla razza o sul genere, fatto parlare e riappacificare popoli che per secoli si erano combattuti e via discorrendo). Questo perché le persone sono in grado di fare cose straordinarie se le si libera da i vincoli mentali che i sistemi autoritari utilizzano per conservare il potere.

La storia ci insegna anche che i sistemi autoritari raramente portano al benessere aziende e nazioni e che, allo stesso tempo, i movimenti dal basso non vanno confusi con una anarchia populistica in cui uno vale uno (cosa che è molto lontana dalla democrazia partecipativa).

Per costruire gruppi di lavoro e avviare cambiamento dal basso bisogna saper lavorare con, per e su le persone, bisogna “vederle” e non solamente “guardarle”, bisogna creare legame empatico. Questi “fiocchi di neve”, se attecchiscono, sono in grado di costruire sistemi partecipativi molto ampi che si interconnettono tra loro (a tal proposito, vi consiglio di leggere i libri autobiografici di Inamori).

Tutte queste cose non si realizzano stando chiusi in un ufficio e lavorando esclusivamente da remoto. Più separiamo le persone fisicamente le une per le altre e più diventeranno solo numeri (numeri IP di una rete informatica, numeri telefonici da chiamare alla bisogna, numeri civici a cui inviare bollette e fatture da pagare e così via). Soprattutto perché la comunicazione efficace è fatta di linguaggio para-verbale, di complicità, di empatia e di reciproci atti di cortesia.

Se volete che vi racconti le mie esperienze personali da dipendente e da temporary manager… incontriamoci nel blog!

“SISTEMI DI GESTIONE, UNO SPUNTO AL MESE: LE VOCI DEI PROFESSIONISTI”

Per la nostra rubrica “Le voci dei Professionisti” prosegue la serie dedicata a tematiche e spunti sui sistemi di gestione, curata dall’Ing. Andrea Saviano, che in questo articolo ci fornisce spunti interessanti in merito al team building. Buona lettura!

Impariamo a creare team come se … nevicasse!

I fiocchi di neve si formano all’improvviso, quando l’aria è sovra-satura e la temperatura scende sotto zero, ma per nascere hanno bisogno di un’impurità

L’agente del cambiamento… non il parlante!

Nel precedente articolo ho dissertato sul disagio che provai durante una formazione in aula sulla gestione delle riunioni. Fu in quel periodo che cominciai a nutrire un’avversione al termine team (una parola abusata dai vip, i venditori all’ingrosso di paroloni). A sentire la maggior parte dei consulenti basta “indossare la stessa maglietta” e si diventa una squadra.

Io preferisco la locuzione “gruppo di lavoro”, una terminologia che è differente da “gruppi di lavoro di successo”. Lo so, il termine “successo” nel secondo caso non significa che, implicitamente, l’altra tipologia sia di “insuccesso”, ma in azienda la gran parte delle persone va per svolgere il proprio lavoro non un lavoro di gruppo.

Dunque, un “gruppo di lavoro” è un insieme di persone chiamate a svolgere ognuno il suo compito insieme ad altre persone, solitamente tramite attività correlate tra loro in cui ognuno, nella migliore delle ipotesi, fa del suo meglio.

Un “gruppo di lavoro di successo” è, invece, un insieme di persone che agiscono di concerto tra di loro organizzandosi, comunicando e collaborando per creare sinergia.

Sono come i colori sopra una “tela” e dentro una “cornice” ce formano un qualcosa di gradevole alla vista che chiamiamo “quadro”. A qualcuno può piacere l’astrattismo e i colori messi a caso su una tela o, anche, una tela intonsa ma strappata, ma io sono un preraffaelita e adoro la tecnica sopraffina di Michelangelo, Leonardo e Raffaello.

Ora, il modo migliore per costruire una squadra affiatata è cercarsi e trovarsi (Dio li fa e poi li accoppia), di sicuro non può esserlo l’essere messi insieme per forza.

Sentiamo spesso dire che alla base di ogni squadra vincente c’è la reciproca fiducia, senza fiducia non si può essere una squadra vincente; ma la fiducia è la cornice che contiene il dipinto, fa parte del quadro ma da sola non è un quadro… è solo una cornice.

La fiducia è il contenitore come la condivisione di valori comuni che orientano le persone verso obiettivi comuni sono la tela; ma una cornice e una tela da soli non sono un quadro.

Uno scopo, per quanto degno ed elevato, non può guidare delle persone a organizzarsi e collaborare quotidianamente per scopi ed obiettivi eticamente di livello molto inferiori.

Cercarsi e trovarsi, perciò, non significa “chi si assomiglia si piglia”. Dopotutto il blu e il giallo non si assomigliano per nulla, sono complementari e, insieme, permettono di ottenere numerose sfumature di verde. Auto-organizzarsi, comunicare e collaborare prevedono dei perché di un livello assai inferiore a quello dei valori di cui spesso si parla.

I grandi valori creano carovane in movimento verso un grande scopo, i perché di basso livello creano i villaggi, luoghi in cui le persone si aggregano per affrontare situazioni che il singolo o le singole famiglie non sarebbero in grado di affrontare.

Cosicché, mentre il consulente parlava e io ascoltavo, la stanza si riempiva dell’idea che chiunque può essere e fare team, lo può fare con chiunque per un elenco interminabile di belle parole motivazionali (bla… bla… bla) che si potevano sintetizzare con il fatto che tutti vogliamo: l’amore e la pace nel mondo! Nondimeno, la storia è una continua catena di guerre di qualcuno contro qualcun’altro.

In realtà non vogliamo tutti l’amore e la pace nel mondo. Perché il mondo è pieno di persone permalose ed egoiste che, oltre a non voler collaborare per affrontare i problemi comuni, risultano privi della benché minima empatia, motivo per cui da costoro conviene girare ben al largo.

Gruppi di persone che lavorano per la medesima azienda

Raramente ho visto squadre affiatate, il più delle volte ho incontrato gruppi di persone che lavoravano nella medesima azienda e intenti a fare il “loro lavoro” in modo da difendere la loro “confort zone” (come definiscono il “quieto vivere” i fuffa-guru).

Ho vissuto spesso ambienti di lavoro fin troppo seriosi per non dire tristi, in cui l’assuefazione rendeva le persone apatiche e accidiose. Quelli come me sorridenti, che cantichiavano mentre lavoravano erano persone atipiche e insidiose. Utilizzo il termine insidiose perché la struttura aziendale mal digerisce la mancanza di serietà e detesta del tutto l’ironia (fateci caso tutti i regimi autoritari si comportano così).

Tuttavia, i fiocchi di neve per nascere hanno bisogno di una impurità. La stessa cosa sono i team, per poter nascere hanno bisogno di un corpo estraneo: l’agente del cambiamento.

Perché per una volta non proviamo a fare così?

La mia eresia alla religione del “abbiamo sempre fatto così” cominciò presto a spargersi sotto forma di una domanda assai indecente: perché per una volta non proviamo a fare così?

Questa domanda era l’azione che scatenava delle reazioni, commenti del tipo:

  • non ci permettono di farlo (il non “poter fare” di cui ho già scritto);
  • non ho idea di cosa potremmo fare (il “saper fare” di cui ho già scritto);
  • non ho la minima intenzione di farlo (il “voler fare” di cui ho già scritto).

Questo disegno sperimentale era utilissimo, perché era parte della “selezione naturale” tra chi sarebbe stato parte del mio “team” (soggetto del cambiamento) e chi era meglio rimanesse, almeno agli inizi, fuori (oggetto del cambiamento).

Per costruire un gruppo di lavoro di successo servono persone curiose, che non temono le sfide (concetto differente da “amano) e che siano frustrate (non arrabbiate) al punto di poter andare contro-corrente.

Lo ammetto, costruisco i miei gruppi di lavoro con persone assai scomode, i tipici soggetti da licenziare alla prima occasione, ma… in un’atmosfera sovra-satura e quando la temperatura scende verso lo zero, l’umidità ghiaccia proprio intorno alle impurità e lo fa in maniera rapida, simmetrica e frattale. Cosicché, l’umidità non diventa pioggia, diventa neve!

La stessa cosa accade quando un soggetto del cambiamento in un ambiente molto autoritario e pieno di problemi irrisolti incontra oggetti del cambiamento.

Tuttavia non basta creare dei “fiocchi di candida neve”, bisogna riuscire a farli attecchire al suolo. Solo se la neve attecchisce il gruppo di lavoro diventa un gruppo di lavoro di successo e il come lo affronterò in un altro articolo (qui mi ho già scritto troppo per la vostra soglia di attenzione).

 

Concludendo

Sì, la storia è piena di guerre, ma anche di persone che hanno fatto cose meravigliose e hanno letteralmente cambiato il mondo (ridotto ai minimi termini la schiavitù, abbattuto i pregiudizi basati sulla razza o sul genere, fatto parlare e riappacificare popoli che per secoli si erano combattuti e via discorrendo). Questo perché le persone sono in grado di fare cose straordinarie se le si libera da i vincoli mentali che i sistemi autoritari utilizzano per conservare il potere.

La storia ci insegna anche che i sistemi autoritari raramente portano al benessere aziende e nazioni e che, allo stesso tempo, i movimenti dal basso non vanno confusi con una anarchia populistica in cui uno vale uno (cosa che è molto lontana dalla democrazia partecipativa).

Per costruire gruppi di lavoro e avviare cambiamento dal basso bisogna saper lavorare con, per e su le persone, bisogna “vederle” e non solamente “guardarle”, bisogna creare legame empatico. Questi “fiocchi di neve”, se attecchiscono, sono in grado di costruire sistemi partecipativi molto ampi che si interconnettono tra loro (a tal proposito, vi consiglio di leggere i libri autobiografici di Inamori).

Tutte queste cose non si realizzano stando chiusi in un ufficio e lavorando esclusivamente da remoto. Più separiamo le persone fisicamente le une per le altre e più diventeranno solo numeri (numeri IP di una rete informatica, numeri telefonici da chiamare alla bisogna, numeri civici a cui inviare bollette e fatture da pagare e così via). Soprattutto perché la comunicazione efficace è fatta di linguaggio para-verbale, di complicità, di empatia e di reciproci atti di cortesia.

Se volete che vi racconti le mie esperienze personali da dipendente e da temporary manager… incontriamoci nel blog!

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