“SISTEMI DI GESTIONE, UNO SPUNTO AL MESE: LE VOCI DEI PROFESSIONISTI”

Per la nostra rubrica “Le voci dei Professionisti” prosegue la serie dedicata a tematiche e spunti sui sistemi di gestione, curata dall’Ing. Andrea Saviano, che in questo articolo ci fornisce spunti interessanti. Buona lettura!

Perché volere non è “potere”, ma è “cercare”

Volere è un ausiliare “potente”, ma se la perseveranza è una virtù, l’ostinazione è di sicuro un difetto; inoltre, rammentiamoci che non esiste provare, esiste fare o non fare, e se non si riesce a fare, forse, è meglio desistere

Non puoi credere nei “sistemi per la gestione” e limitarti a provare, devi fare credendo in te stesso e con il cuore pieno di fiducia e speranza

Atti di volontà e atti di dolore

Portare professionalità in azienda è un lavoro duro e difficile. Se in pochi ormai vogliono fare i contadini un motivo ci deve essere e dobbiamo comprenderlo. Fare il contadino prevede un atto di fede. Quando il terreno viene arato si è deciso di seminare. Si decide oggi nella speranza di un predeterminato domani.

La speranza del contadino (speranza non “cieca fede”) deve essere il faro professionale di ognuno di noi.

Non esistono aziende in cui è piacevole lavorare, esistono colleghi con cui è piacevole lavorare, prima, e collaborare, poi.

La civiltà contadina era quelle del mutuo aiuto, delle casse peote e di altre forme pre-assicurative in cui i soldi messi in comune coprivano qualsiasi rischio. Era una civiltà fatta di villaggi in cui le persone si stringevano le une alle altre nonostante i molti motivi di discordia. Era una civiltà in cui la “causa di forza maggiore” dettava le priorità.

Qui non sto rinvangando con nostalgia i vecchi tempi passati che mai più torneranno, ma sto solo esponendo un comportamento quasi etologico che accomuna gli esseri umani, anche perché quei tempi non sono per nulla passati, visto che la stragrande parte del pianeta è ancora immersa quotidianamente in quel tipo di cultura.

Viceversa, il tema non è per nulla nuovo, se la questione del topo di città e del topo di campagna risale ai tempi di Esopo.

Come, sempre restando in tema di ratti, “universo 25” è un esperimento sociale assai noto grazie al sentito dire e con tutti i rischi che hanno i sentito dire (ovvero quando la descrizione storica dei fatti si trasforma in narrazione mitica di idee e pregiudizi).

Se l’esperimento sui roditori parlava di un universo 25, noi – in azienda – in quale universo viviamo?

Visitare una città prima e dopo un bombardamento che l’ha rasa al suolo

Dopo aver parlato di campagna e accennato alla città, esistono altri “universi” che ci può capitare di esplorare.

Professionalmente mi sono imbattuto in progetti di risanamento di aziende fallite o sull’orlo del fallimento. Spesso, quei progetti erano il frutto di un gioco perverso in cui un cliente strategico stringe la gola a un fornitore chiave fino a portarlo al fallimento, salvo accorgersi – all’ultimo momento – che non può permettersi che quello stabilimento chiuda, cosicché costringe, il più delle volte, un altro fornitore di cui è cliente strategico, a effettuare un’acquisizione e un risanamento.

Può sembrare pura follia, ma è un comportamento comune nel mondo degli affari.

Fatta questa premessa, andiamo al tema dell’articolo che è: arare con fiducia e speranza.

Quando si mette piede in queste aziende la sensazione è quella di visitare per la seconda volta una città ma, questa seconda volta, dopo un bombardamento che la rasa al suolo.

Passeggiando per gli antichi viali si hanno déjà-vu (lì c’era un palazzo, lì una chiesa, lì un monumento e così via, tutte testimonianze di un antico splendore).

Al primo impatto, la maggior parte dei sedicenti professionisti ha un momento di panico, la maggior parte di loro fugge a gambe levate da questi progetti.

La questione dell’articolo è perché io, invece, non fugga.

Gente spalle al muro che avendo tutto da perdere non ha più nulla da perdere

Come nelle tragedie che coinvolgono le navi da crociera, la prima classe insieme agli ufficiali è scappata sulle scialuppe, parte della seconda classe è anch’essa fuggita e il rimanente dei passeggeri ed equipaggio – è ancora a bordo.

  • Sei in un luogo in cui è difficile spendere la propria professionalità, perché l’organigramma è del tutto saltato e di fronte a te hai gente che ha visto la parata dei “vip” promettere l’impossibile ma poi, nei fatti, hanno suggerito solo scelleratezze.
  • Per sopravvivere l’azienda ha tagliato costi orizzontalmente, soprattutto licenziando dipendenti, come se i dipendenti fossero un costo variabile legato ai volumi di vendita e non un sistema complesso di attività spesso indipendenti dai volumi realizzati.
  • I processi operativi sono quindi diventati dei cola-brodo in cui il morale dei sopravvissuti non è basso… è bassissimo.
  • I sopravvissuti ormai hanno poco su cui contare, ma quel poco per loro è tutto, perché mentre l’azienda falliva loro non erano riusciti a trovare scialuppe per salvarsi (proposte di lavoro altrove).

Il disegno è sufficientemente chiaro?

Peccato che di queste storie in rete non ci sia quasi traccia. Queste storie sono il disonore dei “vip” e, per il management che li ha causati sono la polvere da nascondere sotto un CV pieno di skill (questi “top manager” sono quelli che io chiamo scherzosamente gli “skiller” di aziende).

Il compito di un professionista, in questi casi, è ricostruire morale e fiducia della truppa, perché (e sinceramente li comprendo) hanno tutti voglia di alzare bandiera bianca e arrendersi, in modo che la loro guerra finisca.

Purtroppo, non per il loro bene ma per il proprio interesse, qualcun altro ha deciso che non devono e non possono arrendersi. Questo karma però non è del tutto negativo, perché spalle al muro hai di fronte gente che è pronta a un cambiamento culturale, purché non sia a parole ma nei fatti.

Puoi rendere competitiva un’azienda creando quell’organizzazione che non c’era, passando il modo di fare dai ruoli (i “vip” qui userebbero il termine job-description) alle attività che qualcuno deve svolgere secondo tre criteri chiave:

  • livellamento del lavoro;
  • bilanciamento della domanda;
  • sincronizzazione delle capacità.

Un grande maestro in questo approccio mentale fu Giulio Cesare, a dimostrazione che i problemi sono lì da millenni ma noi ci scordiamo il modo per affrontarli e risolverli.

Il problema di Giulio Cesare era sempre quello di dover dar battaglia partendo da condizioni sfavorevoli. Teoricamente, questo era uno svantaggio. Tuttavia, pochi ben organizzati sono meglio che molti disorganizzati.

Insomma, Giulio Cesare era un eccellente Operations Manager ante litteram (un po’ di “inutile” latino non guasta visto che Cesare invase la Britannia).

Concludendo

In quanto scritto ci sono gli elementi chiave del pensare snello. Il contrario di snello potrebbe essere obeso e nessuno (tranne i vip) penserebbero che il modo migliore per far perdere peso a un obeso sia amputargli le parti del corpo giudicate “inutili” (per i vip “non vitale” = “inutile”). Il pensiero snello cambia l’alimentazione e lo stile di vita all’obeso non privandolo delle piccole gioie ma aggiungendone altre.

Il pensiero snello vede le persone come unica vera fonte di creazione di valore. La tecnologia è al servizio delle persone per aiutarle a creare valore, le persone non sono incatenate come schiavi alla tecnologia per ridurre i costi. Questo secondo modo di vedere la gestione aziendale non crea competitività, ma deprima il sistema economico che alimenta il mercato. Dopotutto un sistema economico di mercato che spinge verso il consumismo, finisce per consumare il pianeta e vedere le persone come qualcosa di usa e getta.

Eppure, di “miracoli” (che non sono tali) nella mia carriera ne ho compiuti tanti. Nonostante i fatti abbiano dimostrato che quella sia la via, chi è venuto dopo ha ripristinato un modo di pensare e agire che non funziona.

Ora, il vero problema è portare a galla i numeri che testimoniano questi risultati in modo da costruire una mentalità “snella” nelle persone – a tutti i livelli – anche in aziende ancora “sane” ed era quello che facevo quando ero un dipendente. Se l’articolo ha toccato qualche vostro nervo scoperto, possiamo discutere di esempi pratici nel blog… io ci sono e voi?

“SISTEMI DI GESTIONE, UNO SPUNTO AL MESE: LE VOCI DEI PROFESSIONISTI”

Per la nostra rubrica “Le voci dei Professionisti” prosegue la serie dedicata a tematiche e spunti sui sistemi di gestione, curata dall’Ing. Andrea Saviano, che in questo articolo ci fornisce spunti interessanti. Buona lettura!

Perché volere non è “potere”, ma è “cercare”

Volere è un ausiliare “potente”, ma se la perseveranza è una virtù, l’ostinazione è di sicuro un difetto; inoltre, rammentiamoci che non esiste provare, esiste fare o non fare, e se non si riesce a fare, forse, è meglio desistere

Non puoi credere nei “sistemi per la gestione” e limitarti a provare, devi fare credendo in te stesso e con il cuore pieno di fiducia e speranza

Atti di volontà e atti di dolore

Portare professionalità in azienda è un lavoro duro e difficile. Se in pochi ormai vogliono fare i contadini un motivo ci deve essere e dobbiamo comprenderlo. Fare il contadino prevede un atto di fede. Quando il terreno viene arato si è deciso di seminare. Si decide oggi nella speranza di un predeterminato domani.

La speranza del contadino (speranza non “cieca fede”) deve essere il faro professionale di ognuno di noi.

Non esistono aziende in cui è piacevole lavorare, esistono colleghi con cui è piacevole lavorare, prima, e collaborare, poi.

La civiltà contadina era quelle del mutuo aiuto, delle casse peote e di altre forme pre-assicurative in cui i soldi messi in comune coprivano qualsiasi rischio. Era una civiltà fatta di villaggi in cui le persone si stringevano le une alle altre nonostante i molti motivi di discordia. Era una civiltà in cui la “causa di forza maggiore” dettava le priorità.

Qui non sto rinvangando con nostalgia i vecchi tempi passati che mai più torneranno, ma sto solo esponendo un comportamento quasi etologico che accomuna gli esseri umani, anche perché quei tempi non sono per nulla passati, visto che la stragrande parte del pianeta è ancora immersa quotidianamente in quel tipo di cultura.

Viceversa, il tema non è per nulla nuovo, se la questione del topo di città e del topo di campagna risale ai tempi di Esopo.

Come, sempre restando in tema di ratti, “universo 25” è un esperimento sociale assai noto grazie al sentito dire e con tutti i rischi che hanno i sentito dire (ovvero quando la descrizione storica dei fatti si trasforma in narrazione mitica di idee e pregiudizi).

Se l’esperimento sui roditori parlava di un universo 25, noi – in azienda – in quale universo viviamo?

Visitare una città prima e dopo un bombardamento che l’ha rasa al suolo

Dopo aver parlato di campagna e accennato alla città, esistono altri “universi” che ci può capitare di esplorare.

Professionalmente mi sono imbattuto in progetti di risanamento di aziende fallite o sull’orlo del fallimento. Spesso, quei progetti erano il frutto di un gioco perverso in cui un cliente strategico stringe la gola a un fornitore chiave fino a portarlo al fallimento, salvo accorgersi – all’ultimo momento – che non può permettersi che quello stabilimento chiuda, cosicché costringe, il più delle volte, un altro fornitore di cui è cliente strategico, a effettuare un’acquisizione e un risanamento.

Può sembrare pura follia, ma è un comportamento comune nel mondo degli affari.

Fatta questa premessa, andiamo al tema dell’articolo che è: arare con fiducia e speranza.

Quando si mette piede in queste aziende la sensazione è quella di visitare per la seconda volta una città ma, questa seconda volta, dopo un bombardamento che la rasa al suolo.

Passeggiando per gli antichi viali si hanno déjà-vu (lì c’era un palazzo, lì una chiesa, lì un monumento e così via, tutte testimonianze di un antico splendore).

Al primo impatto, la maggior parte dei sedicenti professionisti ha un momento di panico, la maggior parte di loro fugge a gambe levate da questi progetti.

La questione dell’articolo è perché io, invece, non fugga.

Gente spalle al muro che avendo tutto da perdere non ha più nulla da perdere

Come nelle tragedie che coinvolgono le navi da crociera, la prima classe insieme agli ufficiali è scappata sulle scialuppe, parte della seconda classe è anch’essa fuggita e il rimanente dei passeggeri ed equipaggio – è ancora a bordo.

  • Sei in un luogo in cui è difficile spendere la propria professionalità, perché l’organigramma è del tutto saltato e di fronte a te hai gente che ha visto la parata dei “vip” promettere l’impossibile ma poi, nei fatti, hanno suggerito solo scelleratezze.
  • Per sopravvivere l’azienda ha tagliato costi orizzontalmente, soprattutto licenziando dipendenti, come se i dipendenti fossero un costo variabile legato ai volumi di vendita e non un sistema complesso di attività spesso indipendenti dai volumi realizzati.
  • I processi operativi sono quindi diventati dei cola-brodo in cui il morale dei sopravvissuti non è basso… è bassissimo.
  • I sopravvissuti ormai hanno poco su cui contare, ma quel poco per loro è tutto, perché mentre l’azienda falliva loro non erano riusciti a trovare scialuppe per salvarsi (proposte di lavoro altrove).

Il disegno è sufficientemente chiaro?

Peccato che di queste storie in rete non ci sia quasi traccia. Queste storie sono il disonore dei “vip” e, per il management che li ha causati sono la polvere da nascondere sotto un CV pieno di skill (questi “top manager” sono quelli che io chiamo scherzosamente gli “skiller” di aziende).

Il compito di un professionista, in questi casi, è ricostruire morale e fiducia della truppa, perché (e sinceramente li comprendo) hanno tutti voglia di alzare bandiera bianca e arrendersi, in modo che la loro guerra finisca.

Purtroppo, non per il loro bene ma per il proprio interesse, qualcun altro ha deciso che non devono e non possono arrendersi. Questo karma però non è del tutto negativo, perché spalle al muro hai di fronte gente che è pronta a un cambiamento culturale, purché non sia a parole ma nei fatti.

Puoi rendere competitiva un’azienda creando quell’organizzazione che non c’era, passando il modo di fare dai ruoli (i “vip” qui userebbero il termine job-description) alle attività che qualcuno deve svolgere secondo tre criteri chiave:

  • livellamento del lavoro;
  • bilanciamento della domanda;
  • sincronizzazione delle capacità.

Un grande maestro in questo approccio mentale fu Giulio Cesare, a dimostrazione che i problemi sono lì da millenni ma noi ci scordiamo il modo per affrontarli e risolverli.

Il problema di Giulio Cesare era sempre quello di dover dar battaglia partendo da condizioni sfavorevoli. Teoricamente, questo era uno svantaggio. Tuttavia, pochi ben organizzati sono meglio che molti disorganizzati.

Insomma, Giulio Cesare era un eccellente Operations Manager ante litteram (un po’ di “inutile” latino non guasta visto che Cesare invase la Britannia).

Concludendo

In quanto scritto ci sono gli elementi chiave del pensare snello. Il contrario di snello potrebbe essere obeso e nessuno (tranne i vip) penserebbero che il modo migliore per far perdere peso a un obeso sia amputargli le parti del corpo giudicate “inutili” (per i vip “non vitale” = “inutile”). Il pensiero snello cambia l’alimentazione e lo stile di vita all’obeso non privandolo delle piccole gioie ma aggiungendone altre.

Il pensiero snello vede le persone come unica vera fonte di creazione di valore. La tecnologia è al servizio delle persone per aiutarle a creare valore, le persone non sono incatenate come schiavi alla tecnologia per ridurre i costi. Questo secondo modo di vedere la gestione aziendale non crea competitività, ma deprima il sistema economico che alimenta il mercato. Dopotutto un sistema economico di mercato che spinge verso il consumismo, finisce per consumare il pianeta e vedere le persone come qualcosa di usa e getta.

Eppure, di “miracoli” (che non sono tali) nella mia carriera ne ho compiuti tanti. Nonostante i fatti abbiano dimostrato che quella sia la via, chi è venuto dopo ha ripristinato un modo di pensare e agire che non funziona.

Ora, il vero problema è portare a galla i numeri che testimoniano questi risultati in modo da costruire una mentalità “snella” nelle persone – a tutti i livelli – anche in aziende ancora “sane” ed era quello che facevo quando ero un dipendente. Se l’articolo ha toccato qualche vostro nervo scoperto, possiamo discutere di esempi pratici nel blog… io ci sono e voi?

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