“SISTEMI DI GESTIONE, UNO SPUNTO AL MESE: LE VOCI DEI PROFESSIONISTI”
Per la nostra rubrica “Le voci dei Professionisti” prosegue la serie dedicata a tematiche e spunti sui sistemi di gestione, curata dall’Ing. Andrea Saviano, che in questo articolo ci fornisce spunti interessanti in merito alle riunioni. Buona lettura!
Se volete realizzare il cambiamento… nascondetelo!
Il metodo scientifico ci insegna che si deve mantenere il massimo riserbo su cosa si sta facendo, pubblicando i risultati solo dopo aver ottenuto le conferme desiderate.
Aspirazioni e cospirazioni
Quando si inizia la carriera dalla gavetta, come è accaduto a me, ci si rende conto di quante idiozie quotidianamente si è costretti a svolgere, solo perché è la cosa più comoda da far fare ai sottoposti da parte di supervisori del tutto incompetenti (capisquadra, capireparto, responsabili di funzione e su… su fino ai vertici). Questo schema (celebrato dai vip come “principio di Peter”) è antico come il mondo e parte dal principio (non di Peter) che far carriera per qualcuno significa lavorare sempre meno facendo lavorare fino all’esaurimento gli altri. Provate a pensare a uno schiavo a cui un bel giorno, come premio, diano una frusta in mano da utilizzare sugli altri schiavi.
Cosicché, il più delle volte, il primo nemico che avverserà ogni proposta di cambiare le cose in meglio sarà proprio l’ex collega divenuto capo. Subito dopo di lui, tutti i colleghi che brontolano, si lamentano, ma come si prova a chiedere collaborazione per cambiare qualcosa, sbuffando, ti rispondono: tanto qui non cambierà mai niente!
Per fortuna, in quel periodo, mi venne in aiuto la passione per la storia e il risorgimento italiano. Coloro che volevano cambiare le cose erano pochi, altrettanto pochi erano gli oppressori, ma loro forza stava nel fatto che la maggior parte delle persone si limitava a lamentarsi e l’unico modo in cui sapevano declinare il verbo “fare”, era in “fare” i delatori nei confronti di chiunque violasse le regole non scritte dello status quo. Quindi, la conclusione a cui pervenni fu che, se vuoi realmente cambiare le cose, lo devi fare in maniera molto circospetta, devi cercare pochi alleati fidati che, più che altro per egoismo, non ti tradiscano e, soprattutto, devi cambiare lo status quo agendo nell’ombra.
D’altronde, un giudeo che aveva tentato di cambiare un Testamento da Vecchio a Nuovo, pare abbia fatto una gran brutta fine.
Gruppi di persone che lavorano per la medesima azienda
Da quanto scritto in precedenza, si perviene a una conclusione (o scomoda verità) che non si ha il coraggio di ammettere nei luoghi di lavoro: le aziende, più che essere delle organizzazioni, sono un insieme di persone che, tutti i giorni, si limitano a recarsi al lavoro solo per sbarcare il lunario. Questo non è solo un grande ostacolo per il benessere dell’azienda, ma anche per coloro che vi operano, poiché rendono il luogo di lavoro (dove spendono gran parte della loro esistenza) un luogo triste, pieno di stress e frustrazione. Inoltre, è altrettanto vero che nelle aziende padronali queste vengano identificate con il loro proprietario e il proprietario, a sua volta, si identifica con la sua azienda, anche se non è così che funzionano le cose. Infatti, il proprietario sopravvive all’azienda che fallisce e l’azienda sopravvive al proprietario che muore.
A conferma di ciò, se si prova a chiedere a qualcuno di fare qualcosa per il bene dell’azienda, la maggior parte delle volte si avrà come risposta la frase sgrammaticata: “e che me ne viene in tasca a me?”
È evidente che la maggior parte delle persone non si senta un pezzo dell’azienda, ma piuttosto un qualcos’altro. A rafforzare questa idea il fatto che, alla prima crisi, l’azienda è pronta a gettare a mare chiunque (donne, vecchi e bambini compresi). Ovviamente, la mia esperienza è limitata all’ambito privato, ma dal sentito dire non mi sembra che nel pubblico vada meglio e che i dipendenti pubblici vadano al lavoro fischiettando e intonando “ehi-ho” come i sette nani di Biancaneve.
L’unica via in discesa al cambiamento è che la proprietà prenda palesemente l’impegno di non licenziare nessuno, ma ciò e facile a dirsi e impossibile a farsi.
Eppure, questa mia modesta opinione è stata, nel tempo, rafforzata dal fatto che nei paesi in cui è difficile licenziare i dipendenti la gestione d’impresa è migliore. Tale condizione, infatti, impone il vincolo di management attento a quante e che tipo di persone assumere. La flessibilità, all’opposto, finisce per agevolare la schizofrenia delle assunzioni repentine e dei licenziamenti altrettanto fulminei, nessuna formazione, nessun piano di carriera, nessuna incentivazione alla fedeltà, solo dei mercenari che si sentono simili a d’autunno sugli alberi le foglie.
Gruppi di persone che lavorano insieme coordinando il loro lavoro
Ora, storpiando il titolo di un’opera di Terzani, un sensei mi disse: il cambiamento in meglio va proposto e non imposto, se effettivamente è un cambiamento “in meglio” le persone lo accoglieranno, ma se è un cambiamento “in meglio” per chi lo impone e “in peggio” per chi lo subisce, inevitabilmente, verrà rifiutato.
Quindi, nessun miglioramento è tale se lo è per qualcuno a scapito di qualcun altro (pensiamo a quante volte i sacrifici siano per alcune categorie e la ricompensa per ben altre).
Per cui la domanda che ci faranno e a cui dobbiamo dare una risposta è: a cosa mi serve essere parte attiva di una organizzazione?
Una possibile risposta è che esistono attività impossibili a un singolo uomo, che però potrebbero essere portate a termine da più persone, ma solo se coordinate tra loro e il cui comune obiettivo consta in un reciproco ed equo beneficio… ed è qui che spesso casca l’asino!
L’ostacolo si supera “tramando” come i carbonari del Risorgimento.
Tramare a dizionario significa: preparare di nascosto un intrigo e…
- Cosa c’è di più intrigante di riuscire a suddividere una torta in fette eque che, egoisticamente, soddisfino ognuno dei cospiratori?
- Cosa c’è di più intrigante di individuare e svelare ai congiurati il comune nemico da abbattere?
Qui può venirci in aiuto la teoria dei giochi e gli aspetti motivazionali nel comportamento delle persone.
Il cospiratore, agendo nell’ombra, deve fare in modo che tutti giochino al suo gioco, seguendo volontariamente le sue regole e finendo, in tal modo, con l’essere tutti vincitori senza che ci sia, in realtà, un perdente.
Vediamo di fornire un esempio pratico.
Supponiamo che ci sia un’attività in cui attualmente impieghiamo 5 persone ed è un collo di bottiglia (supponiamo che le 5 persone siano 5 attrezzisti e gli impianti, se non riattrezzati, non producono).
Ora, che vantaggio avrebbero i 5 operai a migliorare il processo da loro effettuato, visto che ciò, potenzialmente, permetterebbe di svolgere la medesima attività con solo 3 persone?
Il quesito, presentato in questa maniera è “mal posto”.
Ciò che paga gli stipendi a tutti è il venduto e il produrre senza sprechi in base alla reale domanda. Quindi, migliorare costi e tempi di produzione permette di pagare più persone per creare maggiore valore per il cliente interno (svolgere attività di coordinazione e manutenzione produttiva che solitamente non vengono svolte).
Il quesito “ben posto”, in questo caso, diventa: quali attività svolgono queste 5 persone che potrebbero essere fatte in maniera differente e che, svolte in questo nuovo modo, permetterebbero agli impianti di funzionare invece di essere fermi?
Inoltre, si genera un ulteriore quesito: quali attività potrebbero svolgere queste 5 persone che creerebbero valore aggiunto per il cliente interno e che, attualmente, nessuno effettua perché mancano tempo e competenze per svolgerle?
Al concetto di ruolo si sostituisce quello di attività da svolgere e all’azienda che funziona sul concetto di “forza lavoro” (qui i vip, venditori all’ingrosso di paroloni, vi direbbero labour intenssive) si sostituisce quella che a produrre reddito sono le “macchine”, il “capitale” e il “neurone” (qui i vip vi direbbero machine intensive e capital intensive ma mai e poi mai di neuron intensive).
La parte bella di questo approccio (Lean Thinking) è che è la produzione e vendita di beni e servizi che deve correre non gli esseri umani. La parte brutta dei questo approccio è che chi vede una persona ferma a pensare ritiene, erroneamente, che questa non stia facendo niente e non si stia guadagnando la paga, perché (rammentiamolo sempre e bene) il sistema paga (ovvero compra) il tempo non le competenze!
Come dimostrare questo approccio funziona? Non a parole ma nei fatti! Lavorando nell’obrra, come dei cospiratori, ovviamente.
Per spiegarlo proviamo ad utilizzare uno schema a matrice.
In azienda possiamo comportarci in maniera:
- asse verticale;
- estremo in alto, tutto ciò che facciamo è “reso pubblico”;
- estremo in basso, tutto ciò che facciamo è “mantenuto segreto”;
- asse orizzontale:
- estremo a destra, tutto ciò che facciamo è eseguito in modo “formale”;
- estremo a sinistra, tutto ciò che facciamo è eseguito in modo “informale”.
Ne risulta un iceberg in cui quel che “si vede ed è ufficiale” è solo una minima parte di quello che, in realtà, è accaduto, accade, sta per accadere o accadrà (e questo spiega bene l’illusione di ciò che credono di vedere e controllare le organizzazioni).
Pensateci su, vi accorgerete che spiegare molti concetti complessi tipici del management è una fatica inutile.
Viceversa, rispondere alla domanda: “ma come ci siete riusciti?” dopo che le cose sono accadute… è molto, ma molto più facile. Soprattutto perché i risultati vi fanno ottenere quell’attenzione che altrimenti non avreste avuto mai.
Ovviamente, aspettatevi commenti del tipo: “lo sapevo che era così”, “ma era ovvio”, “ci sarebbe riuscito anche un bambino” e via discorrendo (della serie: col senno di poi…). Commenti che arriveranno soprattutto da tutti coloro che, invece, sostenevano con vigore lo slogan: “abbiamo sempre fatto così”.
Concludendo
Insomma, l’unico modo per portare le persone a collaborare tra loro è “ingannare il sistema”. Questo perché l’intelligenza è una cosa e l’ingenuità è un’altra. Nelle aziende gli ingenui finiscono per soccombere e gli scaltri finiscono per emergere. Dopotutto non è un mistero che siamo in un paese che non premia la meritocrazia e esalta la “furbizia”.
Ne deriva che per riuscire a cambiare le cose l’intelligenza deve trovare il modo per battere la furbizia. Agire nell’ombra, contando su poche persone collaborative, curiose e volonterose è l’unico modo per lavorare in team. Se vi interessa approfondire l’argomento, soprattutto di come ho creato gruppi di lavoro di successo in molte aziende… incontriamoci nel blog!
“SISTEMI DI GESTIONE, UNO SPUNTO AL MESE: LE VOCI DEI PROFESSIONISTI”
Per la nostra rubrica “Le voci dei Professionisti” prosegue la serie dedicata a tematiche e spunti sui sistemi di gestione, curata dall’Ing. Andrea Saviano, che in questo articolo ci fornisce spunti interessanti in merito alle riunioni. Buona lettura!
Se volete realizzare il cambiamento… nascondetelo!
Il metodo scientifico ci insegna che si deve mantenere il massimo riserbo su cosa si sta facendo, pubblicando i risultati solo dopo aver ottenuto le conferme desiderate.
Aspirazioni e cospirazioni
Quando si inizia la carriera dalla gavetta, come è accaduto a me, ci si rende conto di quante idiozie quotidianamente si è costretti a svolgere, solo perché è la cosa più comoda da far fare ai sottoposti da parte di supervisori del tutto incompetenti (capisquadra, capireparto, responsabili di funzione e su… su fino ai vertici). Questo schema (celebrato dai vip come “principio di Peter”) è antico come il mondo e parte dal principio (non di Peter) che far carriera per qualcuno significa lavorare sempre meno facendo lavorare fino all’esaurimento gli altri. Provate a pensare a uno schiavo a cui un bel giorno, come premio, diano una frusta in mano da utilizzare sugli altri schiavi.
Cosicché, il più delle volte, il primo nemico che avverserà ogni proposta di cambiare le cose in meglio sarà proprio l’ex collega divenuto capo. Subito dopo di lui, tutti i colleghi che brontolano, si lamentano, ma come si prova a chiedere collaborazione per cambiare qualcosa, sbuffando, ti rispondono: tanto qui non cambierà mai niente!
Per fortuna, in quel periodo, mi venne in aiuto la passione per la storia e il risorgimento italiano. Coloro che volevano cambiare le cose erano pochi, altrettanto pochi erano gli oppressori, ma loro forza stava nel fatto che la maggior parte delle persone si limitava a lamentarsi e l’unico modo in cui sapevano declinare il verbo “fare”, era in “fare” i delatori nei confronti di chiunque violasse le regole non scritte dello status quo. Quindi, la conclusione a cui pervenni fu che, se vuoi realmente cambiare le cose, lo devi fare in maniera molto circospetta, devi cercare pochi alleati fidati che, più che altro per egoismo, non ti tradiscano e, soprattutto, devi cambiare lo status quo agendo nell’ombra.
D’altronde, un giudeo che aveva tentato di cambiare un Testamento da Vecchio a Nuovo, pare abbia fatto una gran brutta fine.
Gruppi di persone che lavorano per la medesima azienda
Da quanto scritto in precedenza, si perviene a una conclusione (o scomoda verità) che non si ha il coraggio di ammettere nei luoghi di lavoro: le aziende, più che essere delle organizzazioni, sono un insieme di persone che, tutti i giorni, si limitano a recarsi al lavoro solo per sbarcare il lunario. Questo non è solo un grande ostacolo per il benessere dell’azienda, ma anche per coloro che vi operano, poiché rendono il luogo di lavoro (dove spendono gran parte della loro esistenza) un luogo triste, pieno di stress e frustrazione. Inoltre, è altrettanto vero che nelle aziende padronali queste vengano identificate con il loro proprietario e il proprietario, a sua volta, si identifica con la sua azienda, anche se non è così che funzionano le cose. Infatti, il proprietario sopravvive all’azienda che fallisce e l’azienda sopravvive al proprietario che muore.
A conferma di ciò, se si prova a chiedere a qualcuno di fare qualcosa per il bene dell’azienda, la maggior parte delle volte si avrà come risposta la frase sgrammaticata: “e che me ne viene in tasca a me?”
È evidente che la maggior parte delle persone non si senta un pezzo dell’azienda, ma piuttosto un qualcos’altro. A rafforzare questa idea il fatto che, alla prima crisi, l’azienda è pronta a gettare a mare chiunque (donne, vecchi e bambini compresi). Ovviamente, la mia esperienza è limitata all’ambito privato, ma dal sentito dire non mi sembra che nel pubblico vada meglio e che i dipendenti pubblici vadano al lavoro fischiettando e intonando “ehi-ho” come i sette nani di Biancaneve.
L’unica via in discesa al cambiamento è che la proprietà prenda palesemente l’impegno di non licenziare nessuno, ma ciò e facile a dirsi e impossibile a farsi.
Eppure, questa mia modesta opinione è stata, nel tempo, rafforzata dal fatto che nei paesi in cui è difficile licenziare i dipendenti la gestione d’impresa è migliore. Tale condizione, infatti, impone il vincolo di management attento a quante e che tipo di persone assumere. La flessibilità, all’opposto, finisce per agevolare la schizofrenia delle assunzioni repentine e dei licenziamenti altrettanto fulminei, nessuna formazione, nessun piano di carriera, nessuna incentivazione alla fedeltà, solo dei mercenari che si sentono simili a d’autunno sugli alberi le foglie.
Gruppi di persone che lavorano insieme coordinando il loro lavoro
Ora, storpiando il titolo di un’opera di Terzani, un sensei mi disse: il cambiamento in meglio va proposto e non imposto, se effettivamente è un cambiamento “in meglio” le persone lo accoglieranno, ma se è un cambiamento “in meglio” per chi lo impone e “in peggio” per chi lo subisce, inevitabilmente, verrà rifiutato.
Quindi, nessun miglioramento è tale se lo è per qualcuno a scapito di qualcun altro (pensiamo a quante volte i sacrifici siano per alcune categorie e la ricompensa per ben altre).
Per cui la domanda che ci faranno e a cui dobbiamo dare una risposta è: a cosa mi serve essere parte attiva di una organizzazione?
Una possibile risposta è che esistono attività impossibili a un singolo uomo, che però potrebbero essere portate a termine da più persone, ma solo se coordinate tra loro e il cui comune obiettivo consta in un reciproco ed equo beneficio… ed è qui che spesso casca l’asino!
L’ostacolo si supera “tramando” come i carbonari del Risorgimento.
Tramare a dizionario significa: preparare di nascosto un intrigo e…
- Cosa c’è di più intrigante di riuscire a suddividere una torta in fette eque che, egoisticamente, soddisfino ognuno dei cospiratori?
- Cosa c’è di più intrigante di individuare e svelare ai congiurati il comune nemico da abbattere?
Qui può venirci in aiuto la teoria dei giochi e gli aspetti motivazionali nel comportamento delle persone.
Il cospiratore, agendo nell’ombra, deve fare in modo che tutti giochino al suo gioco, seguendo volontariamente le sue regole e finendo, in tal modo, con l’essere tutti vincitori senza che ci sia, in realtà, un perdente.
Vediamo di fornire un esempio pratico.
Supponiamo che ci sia un’attività in cui attualmente impieghiamo 5 persone ed è un collo di bottiglia (supponiamo che le 5 persone siano 5 attrezzisti e gli impianti, se non riattrezzati, non producono).
Ora, che vantaggio avrebbero i 5 operai a migliorare il processo da loro effettuato, visto che ciò, potenzialmente, permetterebbe di svolgere la medesima attività con solo 3 persone?
Il quesito, presentato in questa maniera è “mal posto”.
Ciò che paga gli stipendi a tutti è il venduto e il produrre senza sprechi in base alla reale domanda. Quindi, migliorare costi e tempi di produzione permette di pagare più persone per creare maggiore valore per il cliente interno (svolgere attività di coordinazione e manutenzione produttiva che solitamente non vengono svolte).
Il quesito “ben posto”, in questo caso, diventa: quali attività svolgono queste 5 persone che potrebbero essere fatte in maniera differente e che, svolte in questo nuovo modo, permetterebbero agli impianti di funzionare invece di essere fermi?
Inoltre, si genera un ulteriore quesito: quali attività potrebbero svolgere queste 5 persone che creerebbero valore aggiunto per il cliente interno e che, attualmente, nessuno effettua perché mancano tempo e competenze per svolgerle?
Al concetto di ruolo si sostituisce quello di attività da svolgere e all’azienda che funziona sul concetto di “forza lavoro” (qui i vip, venditori all’ingrosso di paroloni, vi direbbero labour intenssive) si sostituisce quella che a produrre reddito sono le “macchine”, il “capitale” e il “neurone” (qui i vip vi direbbero machine intensive e capital intensive ma mai e poi mai di neuron intensive).
La parte bella di questo approccio (Lean Thinking) è che è la produzione e vendita di beni e servizi che deve correre non gli esseri umani. La parte brutta dei questo approccio è che chi vede una persona ferma a pensare ritiene, erroneamente, che questa non stia facendo niente e non si stia guadagnando la paga, perché (rammentiamolo sempre e bene) il sistema paga (ovvero compra) il tempo non le competenze!
Come dimostrare questo approccio funziona? Non a parole ma nei fatti! Lavorando nell’obrra, come dei cospiratori, ovviamente.
Per spiegarlo proviamo ad utilizzare uno schema a matrice.
In azienda possiamo comportarci in maniera:
- asse verticale;
- estremo in alto, tutto ciò che facciamo è “reso pubblico”;
- estremo in basso, tutto ciò che facciamo è “mantenuto segreto”;
- asse orizzontale:
- estremo a destra, tutto ciò che facciamo è eseguito in modo “formale”;
- estremo a sinistra, tutto ciò che facciamo è eseguito in modo “informale”.
Ne risulta un iceberg in cui quel che “si vede ed è ufficiale” è solo una minima parte di quello che, in realtà, è accaduto, accade, sta per accadere o accadrà (e questo spiega bene l’illusione di ciò che credono di vedere e controllare le organizzazioni).
Pensateci su, vi accorgerete che spiegare molti concetti complessi tipici del management è una fatica inutile.
Viceversa, rispondere alla domanda: “ma come ci siete riusciti?” dopo che le cose sono accadute… è molto, ma molto più facile. Soprattutto perché i risultati vi fanno ottenere quell’attenzione che altrimenti non avreste avuto mai.
Ovviamente, aspettatevi commenti del tipo: “lo sapevo che era così”, “ma era ovvio”, “ci sarebbe riuscito anche un bambino” e via discorrendo (della serie: col senno di poi…). Commenti che arriveranno soprattutto da tutti coloro che, invece, sostenevano con vigore lo slogan: “abbiamo sempre fatto così”.
Concludendo
Insomma, l’unico modo per portare le persone a collaborare tra loro è “ingannare il sistema”. Questo perché l’intelligenza è una cosa e l’ingenuità è un’altra. Nelle aziende gli ingenui finiscono per soccombere e gli scaltri finiscono per emergere. Dopotutto non è un mistero che siamo in un paese che non premia la meritocrazia e esalta la “furbizia”.
Ne deriva che per riuscire a cambiare le cose l’intelligenza deve trovare il modo per battere la furbizia. Agire nell’ombra, contando su poche persone collaborative, curiose e volonterose è l’unico modo per lavorare in team. Se vi interessa approfondire l’argomento, soprattutto di come ho creato gruppi di lavoro di successo in molte aziende… incontriamoci nel blog!
